Afghanistan

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Fedro
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Fine agosto. Seduto nella sala d’attesa del mio medico di base, circondato da anziani abbronzati, tossicolenti e con la mascherina, tiro ad indovinare cercando di capire in quale posto siano stati per le loro ferie. Non so chi sia il più intelligente, se loro reduci dalle sabbie dei mari di mezza italia, o io, appena arrivato dall’Afghanistan, con un’intossicazione da fumi e ossido di carbonio, respirati per giorni e giorni da camion ben più vecchi di me. E’ un mese che me la porto dietro, e a farmi vedere là non ci pensavo proprio, ma ora si è aggravata e va curata

Decisamente l’esperienza insegna. L’anno scorso ero l’unico a girare gli aeroporti con un caldo allucinante, vestito con pantaloni e giacca da moto, ma questa volta mi sono svegliato, e ho preferito fare a meno del completo rallye BMW per due mesi, ma spedirlo insieme alla moto.

Così ho viaggiato leggero, anche se sono arrivato a Bishkek piuttosto rimbambito per via delle due notti passate tra aeroporti e voli senza mai riposare. 28 ore totali, Bologna Bucarest Istanbul Biskhek, 16 ore di attesa a Bucarest notte compresa, 700 euro risparmiati rispetto a un itinerario più breve, direi ottimo, un hotel a qs prezzo non fa per me

L’esperienza dell’anno scorso poi, mi ha poi permesso di evitare i taxi, ma di viaggiare coi mezzi pubblici, e raggiungere la moto, imbucata in un magazzino nella capitale, abbastanza facilmente.

Dopo aver ritirato la moto compresi i preziosi documenti di importazione temporanea e riassemblato specchietti e cupolino, avrei voluto andare a riposarmi in hotel, ma nel tragitto si è accesa la spia rossa del liquido di raffreddamento, il che a queste latitudini e coi pochi mezzi a disposizione è paragonabile semplicemente a un dramma, né più ne meno, ancor prima di cominciare la vacanza

Il circuito di raffreddamento della moto ha un serbatoio di riserva, che avevo provveduto a monitorare e riempire prima della partenza e che è ancora pieno, ma serve solo per il travaso del liquido in caso di temperature eccessive, nonostante il concessionario Honda di Carpi mi aveva detto di non preoccuparmi che se il serbatoio è pieno, allora è pieno anche il circuito principale. In realtà se con una scaldata seria ne esce troppa dal circuito principale, potrebbe non rientrare, e infatti smontando i fianchetti e aprendo il tappo del circuito principale, mi sono accorto che mancava parecchio liquido, ne ho rimediato uno per auto che può (e deve) andar bene e ho rabboccato addirittura mezzo litro. Considerando che tutto il circuito contiene 0,9 lt se ce ne sono 0.4 lt è evidente che dopo pochi chilometri mi si accenda la luce rossa, il sensore legge l’aumento di temperatura visto il poco liquido presente che si scalda subito, ma l’aria non riesce ad aprire il tappo per cui il circuito di scalda ancora di più. Se avessi dato retta al concessionario honda, avrei fuso il motore nel giro di pochi chilometri. E lui al mio rientro mi avrebbe detto che avevo capito male io


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VUOTO !


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Rientrato in hotel, ho deciso di fermarmi lì a riordinare le idee due giorni anziché uno, poi mi sono addormentato e ho dormito 12 ore filate.

La nuova giornata parte bella carica, stamattina ho provato la moto 40 km in mezzo al traffico cittadino. La luce non si è mai accesa il che significa che i manicotti non perdono e l’aggiunta che ho fatto dovrebbe aver risolto tutto. Girando per Bishkek ho notato alcuni piccoli cambiamenti rispetto all’anno scorso, strade che erano rotte ora sono rifatte, ristoranti dove ero stato ora sono chiusi e insomma tutto ciò mi fa sentire viaggiatore, ed è una bella sensazione alla partenza di un viaggio impegnativo come questo

Ho rincontrato anche Sambor di ADV FACTORY che mi aveva portato qui la moto l’anno scorso e che si è stupito di vedermi, d’altronde, se non avesse fatto il furbo con me, non avrei cambiato trasportatore

Invece, quest’anno tutto perfetto, la moto è arrivata ben prima di me, e io sono già pronto per partire. Ripercorro le prime tappe che mi portano a sud del Kirghizistan, ovvero ad Osh, i passi kirghizi sono sempre una meraviglia per gli occhi, nonostante debba mettere in conto un acquazzone terribile che in Italia non vedono da marzo, e qualche km di sterrato facile

Ad Osh ho appuntamento fisso dall’amico Stas, ex motociclista ed ora gestore di una guest house, che aiuta tutti noi viaggiatori con cifre basse di pernotto, consigli utilissimi e inoltre da lui è facile incontrare altri motoviaggiatori coi quali scambiare idee ed esperienze. Due wapp ed ecco prenotata la stanza! Se Dio vuole mi ci fermerò anche al ritorno !

Il Tajikistan ha un unico difetto per me, a parte la faccia da c del presidente (Mr sopracciglione Rahmon) che è presente dappertutto: non esistono concessionari honda moto, il che significa non esistono ricambi originali, non almeno disponibili subito, ed è tutto più difficile da reperire. La moto però va bene, sono ossessionato dall’ingrassaggio catena che eseguo scrupolosamente e solo dopo un bel lavaggio e la sera, in modo da lasciar impastare bene l’olio prima di usarla. Cavoli mi accorgo che mi serve lo spray, l’ho quasi finito, non dico di trovare il castrol che però sarebbe l’ideale, ma almeno un similare di qualità… niente da fare, mi ci vuole mezza giornata piena nella capitale per scoprire che loro non ce l’hanno proprio, usano il silicone che però è un’altra cosa. Decido di prendere comunque un barattolo di silicone, perché considerando dove vado dopo, non vorrei trovarmi senza niente


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È il giorno dell’ingresso in Afghanistan parto alle sei da Dushanbè, visto che ci sono 180 km da fare, il cambio fuso mi fa guadagnare solo una mezz’oretta e soprattutto non so il confine quanto mi prenda…

Non ho il visto, non è possibile farlo dall’Italia, perché il paese è governato dai talebani, ovvero non esiste un governo ufficiale riconosciuto dall’Italia, quindi arrivi e… speri. Al mattino alle sei c’è già traffico e l’aria è appena appena meno calda delle giornate precedenti. Arrivo al confine alle 9:15 e il lato tajiko si svolge velocemente. Controllo passaporto e registrazione in altro ufficio, dove mi trattengono il documento di importazione temporanea. Intanto arriva Sambor con altri due in moto, e poco dopo tre Jeep e altre tre moto tutti di ADV Factory. Parlano il russo, prepotentemente mi passano davanti ma poi devono aspettare tutto il gruppo, che arriva poco dopo. Mi vedono e mi osservano, tutti quanti, da solo, davanti a loro che procedo tranquillo, e lì forse in tutto il gruppo crolla tutta la poesia creata da ADVfactory sull’esclusiva di entrare in Afghanistan solo attraverso un’agenzia organizzata, sentirsi primi, unici, privilegiati, coraggiosi. Fato, destino, ma, soprattutto… karma.

Procedo subito per la frontiera afghana. Qui comincia una barzelletta tutta da gustare. Prima mi mandano in uno stanzino dove un ufficiale mi interroga sul motivo della mia presenza, mi registra a pc e vuole vedere anche libretto Moto, la mia patente privata e quella internazionale. Per entrare nell’ufficio devo togliermi gli stivali e l’interrogatorio dura parecchio. Non oso pensare il tempo che ci metteranno i 12 polacchi. Poi mi dice che devo fare fotocopia dei tre documenti, portargli tre fototessere e pagare il visto il cui costo è 5.300 Af x me (circa 70 € ) e 2.000 Af x la moto (circa 27 €). MA…accettano solo soldi afghani CHE… non sono prelevabili nei paesi limitrofi (ci avevo provato in Tajikistan) quindi devo andare a cercarli nel bazar del primo paese che dista un paio di kilometri, MA non posso usare la moto perché ancora non ho il permesso di circolare in Afghanistan, QUINDI devo prendere un taxi. Ovviamente c’è lì il tassista che di mestiere porta gli stranieri al bazar.

Il tassista mi fa aspettare poi andiamo e sembra di essere in un videogioco dalla folle velocità su quella macchinina piccolissima, è un miracolo che non ci siamo ribaltati. Cambio i soldi al bazar con due bambini che mi tirano la giacca per avere i soldi poi di nuovo in macchina e andiamo alla banca, uno stabile fatiscente che in Italia non avrebbe neanche i permessi per essere abitabile, dove pago i visti e ritiro i documenti timbrati. In banca bisogna fare tre uffici e ogni volta devo togliermi e rimettermi gli stivali mentre loro con le ciabatte fanno in un attimo. Mi rendo conto che guardando i corridoi con 4 o 5 porte, è facilissimo capire quali sono quelle dove c’è gente, basta che ci siano un’ammasso di ciabatte davanti alla porta… igiene zero, secondo me se le scambiano, forse fanno solo attenzione di non prendere due destre o sinistre, ma prendono le prime che trovano

Torniamo indietro, dove in un gabbiotto isolato in mezzo al deserto due ragazzi fanno le fotocopie con una stampante attaccata al cellulare roba da ridere. Mi fanno una foto col cellulare e dopo mezz’ora di tentativi riescono a ricavarne tre fototessere, collegando il cellulare alla stampante. A tal punto ritorno nel primo ufficio, dove mi viene dato un documento da compilare con tanti dati tra i quali il nome di mio padre e il colore della moto. Poi un ragazzo ritira tutto e produce un visto adesivo che mi attacca al passaporto oltre a produrre il temporary importation document (TIP) della Moto e a consegnarmelo. Poi torno all’ingresso dove mi devono timbrare i due documenti, ma sono andati a mangiare, quindi mi tocca aspettare oltre un’ora. Poi è l’ora della preghiera, quindi devo attendere altri 20 minuti. Poi due ufficiali controllano nuovamente i documenti e portano me e la moto in un posto all’ombra e mi fanno aprire tutte e ripeto tutte le borse della Moto comprese quelle attaccate al motore. Tutto questo dura cinque ore esco dal confine alle 14:15 e finalmente entro in Afghanistan sotto un sole cocente e un caldo pazzesco. Ho un’ora di viaggio per arrivare a Konduz


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banca

AFGHANISTAN !

Mi rilasso, finalmente sono dentro, e qualche km prima di konduz mi fermo su un ponte a fotografare dei ragazzi che vedo che fanno il bagno nel fiume. Sono una moltitudine, tutti sorridenti e di ogni età. Non faccio in tempo a fermare la moto e tirare fuori il cellulare che sono circondato da 50 bambini, adolescenti e anche grandi. Giuro saranno passati 30 secondi. La cosa mi spaventa anche un po’, mi assaltano e in un attimo siamo tutti ammassati, uno mi prende il cellulare e da sopra il ponte vuole fare un selfie sporgendo la mano sul fiume oltre il ponte, in bilico.. osservo il mio telefono sospeso su quel ponte che non avrei mai più ritrovato in caso gli fosse sfuggito…

Il villaggio è caotico come non avevo mai visto prima, le corsie delle strade sono larghe 4 mt ma sono piene zeppe di tuc-tuc, affiancati a carri trainati da bestiame, camion tenuti insieme a martellate e auto che vanno più veloce che possono. Cerco di star lontano da qualsiasi rischio ma non è possibile. I marciapiedi sono larghi anche loro ma sono occupati quasi per intero da una fila interminabile di baracche adibite a negozietti, il resto del marciapiede è diviso tra persone sdraiate per terra e centinaia di uomini che camminano veloci. Per fortuna l’unico hotel che avevo trovato e salvato sul navigatore la sera precedente, verso il quale mi sto dirigendo, è recintato e ha un piccolo spazio davanti con una specie di garitta con l’omino dentro, quindi entro a manetta e mi sembra di uscire da un girone dell’inferno.

La missione pomeridiana non era difficile, dovevo solo cambiare soldi, 200 mt dall’uscita dell’hotel e poi andare a cena di fronte all’albergo stesso, eppure… Konduz ha una pianta abbastanza facile. Il problema è la quantità infinita di gente che cammina sulla strada e ai lati della strada in qualsiasi direzione. I banchetti che vendono ogni genere alimentare o altro sono sparsi per ogni dove e bisogna fare la gimcana tra di essi. Mi rendo conto che qui c’è tantissima povertà e chiedere la carità è una cosa normale è difficile girare per la città senza avere bambini che ti tirano chiedendo soldi. Loro vestono tutti uguali, pantaloni +1 camicione lungo fino al ginocchio, dello stesso colore dei pantaloni, che di solito è sui toni opachi del giallo verde o nero. Qualcuno ha anche un gilè e in testa la solita vaschetta di gelato rovesciata. Io ovviamente sono riconoscibilissimo nei 200 mt vengo intercettato da uno di loro che parla discretamente l’inglese e mi chiede se può aiutarmi. Basta dirgli che dovevo cambiare dei soldi perché lui mi dice di seguirlo. Mi ero informato, e sapevo che i cambia valute che in Afghanistan sono difficilmente riconoscibili perché possono essere dei bazar, dei venditori ambulanti, della gente qualunque per strada, insomma qualsiasi persona erano lì nei pressi dell’incrocio, ma lui parte in tromba a passo spedito e prosegue oltre. Gli spiego che deve essere lì, ma lui mi dice “seguimi che ci sarà un cambio migliore”. Io lo seguo vivendo un’esperienza surreale in mezzo a questa miriade di persone che fa qualsiasi cosa: gente stravaccata a terra in mezzo al caldo e alla sporcizia, apicultrici con in braccio il figlio di pochi mesi e sempre con la mano fuori a chiedere carità, gente che urla nella loro lingua di tutto, e ogni tanto sento più o meno in lontananza “Hello how are you?” Dopo tanta tanta strada arriviamo al suo amico, che tenta un cambio furbo, io gli impongo un cambio attuale e lui alla fine accetta, per cui sono contento di cambiare. Intanto continua a strattonarmi una donna che mi mostra un foglio timbrato in blu e firmato, e il tipo mi spiega che è una donna a cui hanno ucciso il marito in guerra. Il foglio timbrato certifica da parte dei talebani che non ha marito, e siccome le donne per legge non possono lavorare sono caldamente invitato a darle qualcosa. E’ prassi normale, lì, e accetto volentieri. Voglio congedarmi da lui e tornare indietro ma lui comincia a farmi varie domande e a cercare insistentemente amicizia con me. Mi chiede di seguirlo, ci fermiamo al primo piano di un palazzo dove lui chiede a mio nome ospitalità per la notte, e faccio fatica a spiegargli che sono già a posto. Usciamo e mi rendo conto che in mezzo a quel nugolo di persone, viuzze e cambi repentini di direzione del tipo, ho perso l’orientamento vicenda già vissuta in passato in altro paese, a qs punto comincio a nasare qualcosa che non mi piace e gli chiedo di vedere una mappa al cellulare visto che io non avevo segnale, ma mi dice che non ha il telefono. Ora fermo un passante e gli chiedo di mostrarmi la mappa della città sul cellulare e capisco che stavamo andando fuori strada. A questo punto con un abile mossa saluto tutti e me ne torno indietro senza voltarmi mentre il tipo continua a chiamarmi. Non so cosa avrei rischiato, forse niente, però la situazione stava sfuggendomi di mano.

La sera nel comprare una bottiglia d’acqua, mi rendo conto che se il traffico di giorno è proibitivo di notte è veramente allucinante. I tuctuc corrono come matti e tanti sono senza luci e attraversare la strada equivale a giocarsi la vita.


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30 secondi prima..


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30 secondi dopo !


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qui il mio cell era sopra il fiume..


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Konduz tuc-tuc main station

Konduz è un villaggio impegnativo, decido di spostarmi subito verso Mazar-I-Sharif, una città più grande (questo è ciò che credevo) e soprattutto turistica, per quanto un sito afgano possa definirsi tale, visto che c’è una delle moschee più importanti di tutto il territorio islamico

Sono più di 300 km, sono curioso di capire come sarà la strada. In mattinata tento di tagliare dritto per risparmiare metà strada, ma appena fuori da Konduz mi imbatto in strade sabbiose con sabbia fine e molto alta (20 cm) percorse da camion che si notano lontanissimo per via della polvere che sollevano. Alla prima salita seria decido che è meglio preservare la moto che rischiare di finire a piedi, anzi a terra, in qs paese, quindi ritorno indietro e faccio la via lunga. Anche perché noto un leggero trafilaggio da una delle due forcelle anteriori, che mi desta preoccupazione e mi costringe a maggior cautela. La strada è asfaltata, a tratti bucata, altrove sterrata, ma percorribile tranquillamente. Il caldo aumenta e i distributori diminuiscono, ma sono organizzato anche per oltre 500 km di autonomia quindi sono tranquillo. Le macchine sfrecciano sfiorandomi pericolosamente, capisco che la maggior parte ha guida a destra (importazione di usato dal giappone) pertanto mi sfiorano perché vedono benissimo lo spazio tra me e loro. Al contempo, la guida a destra in un paese dove si viaggia a destra come in Italia, li costringe a sporgere oltre mezza macchina per vedere se possono superare, e questo succede ripetutamente, noto spesso che auto senza alcuna possibilità di sorpasso si buttano fuori rischiando il frontale con me e con altri, una gestione della viabilità questa completamente sbagliata. Durante la mia permanenza in Afghanistan noterò spesso auto completamente distrutte a bordo strada, reduci da frontali pazzeschi e abbandonate lì.

Non è solo la viabilità a sorprendermi. La cosa più assurda che ho visto, capitata più di una volta, è accaduta sotto il sole cocente con l’asfalto rovente nei punti in cui l’asfalto è completamente rotto, o non c’è del tutto, e le macchine sono costrette a rallentare. Vedo in mezzo alla strada un cumulo di stracci neri, mi domando come mai abbiano lasciato quegli stracci lì, poi avvicinandomi guardo bene è una donna ovviamente intabarrata nel suo sacco nero, seduta in mezzo alla strada con in braccio un bambino. Completamente coperta sotto un drappo nero, allucinante, io in maniche corte col vento relativo addosso alla faccia stavo svenendo dal caldo. Lei approfitta del fatto che le auto rallentano, per provare a impietosire i viaggiatori chiedendo elemosina. Mi viene la pelle d’oca, qualsiasi auto o camion avrebbe potuto travolgerla, lei e il bambino, si vede solo un cumulo nero e un braccio che spunta, con mano aperta


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trafilaggio olio


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MAZAR-I-SHARIF

Oggi qui a Mazar devo ottenere i permessi per le regioni che deciderò di visitare, ogni regione chiede un permesso ai turisti che costa 1000 afghani (circa 15€). In realtà finora per strada i talebani mi hanno fermato 5/6 volte ma a parte il passaporto non me li hanno mai chiesti, però so che bisogna averli.

A colazione, parlo con una ragazza vietnamita che conferma esattamente alla lettera le mie sensazioni, ovvero che non riesce a trovare il feeling con questa nazione: non sento il rischio di pericolo di aggressione o furto, ma sento chiaramente che sono solo con me stesso, tra me e loro c’è una distanza abissale. Sono sensazioni, non so bene come descriverle, ma parlando con lei scopriamo di condividerle pienamente. Lei in più ha il grande problema di essere donna, infatti si è tagliata cortissimi i capelli e viaggia perennemente coperta. Io, se metto i pantaloncini corti (bermuda al ginocchio, sono praticamente i pantaloni da moto che hanno la zip sotto le protezioni), vengo scrutato con insistenza diversa che se li ho lunghi. Qualsiasi cosa mi succeda, a me o alla moto, devo cavarmela da solo. Loro non sono in grado di aiutarmi inoltre, sono molto poveri e l’elemosina è del tutto naturale. Fino adesso le sensazioni sono negative, le emozioni sono forti e l’unico posto sicuro sembra essere la stanza d’albergo. Ma anche, per esempio, arrivare in città senza conoscere l’albergo dove andare è un vero casino. Pensavo Mazar, come città importante, fosse meglio organizzata di Konduz, ma mi rendo conto che è semplicemente una Konduz più grande, un villaggio più popolato, lo stesso casino le stesse piazze (anzi, rotonde), tutte uguali, le stesse miriade di gente e di banchetti intorno ad esse lo stesso traffico caotico e rischiosissimo. Booking non ha strutture a Mazar, per fortuna attraverso Google Maps ho identificato un albergo e me lo sono inserito nel navigatore in modo tale da arrivare lì e poi da lì decidere. Dopo 300 km sotto il sole cocente, potevano farmi qualsiasi prezzo che mi sarebbe andato bene in ogni caso, mi hanno fatto una buona quotazione.

La vietnamita mi conferma parola per parola le stesse sensazioni, perfino in Siria dove è stata lo scorso anno si sentiva più rilassata. Mi dice che è andata a fare i permessi e il tipo le ha imposto una guida perché lei è una donna e perché queste sono le regole. Mi dice di non parlare di lei al tipo, perché questo è un po’ uno stronzo. Impone la guida e poi si propone lui come guida. Spero nei prossimi giorni la situazione migliori altrimenti giro la moto e me ne torno in Tagikistan giuro!

Attraverso Google Maps, identifico dove sia l’ufficio permessi, arrivato sul posto non lo trovo, dovrebbe essere dietro una banca, entro, chiedo in banca e Mustafà, un ragazzo gentilissimo si offre di aiutarmi e qui nasce una nuova, incredibile, avventura

Lui parla inglese, mi dice che non serve nessun permesso, però visto che insisto, si fa dare da altri l’indirizzo dell’ufficio permessi, e si offre di di accompagnarmi. Chiede spesso, ci allontaniamo dalla piazza dove sapevo che c’era l’ufficio, e rivivo la situazione di Konduz. Lui mi tranquillizza tutti gli fanno segno di andare in una certa direzione così ci andiamo a un certo punto entriamo in una zona controllata. Veniamo perquisiti due o tre volte proprio sulla strada sia io che lui, ci dicono di voltare a destra, all’inizio della via veniamo bloccati e perquisiti nuovamente, io con me ho solo portafoglio, cellulare ma anche gli occhiali con telecamera oltre a quelli da vista. Ci indicano uno stabile, lì entriamo a piedi nudi e un Talebano mi perquisisce completamente lo zainetto, analizzando attentamente tutto quello che c’è dentro. Gli occhiali da ripresa destano perplessità per fortuna non capiscono cosa siano anche se appena rimessi nella custodia si accendono i LED per caricarli e io cerco di nasconderli alla sua presenza per evitare che lui mi chieda cosa siano. Mi viene requisito il cellulare e proseguiamo per una stanza chiusa dove, dopo aver atteso fuori in rigoroso silenzio insieme alla guardia armata col fucile in mano, veniamo fatti entrare.

Ci sono quattro persone sedute ai lati e in fondo dietro una scrivania, il grande capo dei talebani della zona di Mazar, un uomo grande e grasso con occhi scuri e barba folta. Dal mio ingresso in Afghanistan nessuno finora, e dico nessuno tranne i bambini, è senza barba. Il grande capo talebano della seconda città afghana, in una situazione per me surreale e affascinante, dal mangiare insieme al tagliarmi la gola poteva succedere qualsiasi cosa, nessuno l’avrebbe mai saputo e soprattutto la sensazione era che la mia vita non fosse così rilevante per loro, diciamo che mi sembrava di essere sul set del gladiatore quando Commodo decideva della morte o della vita dei gladiatori con il pollice su o giù. Insomma questo capo supremo comincia ad interrogarmi sul motivo della mia presenza, su come mi trovo nel “suo” paese, e qualsiasi cosa di rilevante io gli voglia dire. Mi lascia il tempo di rispondere, parla in arabo con me guardandomi negli occhi e Mustafà, che fino a quel momento aveva sempre tenuto la testa china verso il capo, mi traduce le sue parole.

Ci sono attimi di silenzio, non c’è da ridere, io rispondo manifestando un piccolo (ma molto molto piccolo) disappunto per il rischi che corro sulla strada, lui ascolta con interesse. Non parlo certo della condizione delle donne o della sporcizia, riferisco che sono appena all’inizio del mio viaggio turistico nel loro paese e che sono molto curioso di scoprirlo e soprattutto di parlare con la gente. Mi chiede se sono musulmano, rispondo di no.

Tanti silenzi, non interrompo, non parlo più del necessario, misuro le parole. Dopo averci pensato, mi dice che non serve nessun permesso per le regioni e lì compio un errore: gli dico che in realtà tutti i siti web e tutti i precedenti visitatori concordano che io debba ottenere i permessi. A quel punto si alza e alza la voce: “ho detto che non serve nessun permesso, l’ho deciso io e te l’ho detto io. Punto e basta, è così!” Decide anche di lasciarmi su un foglio il suo numero di cellulare e il suo nome (che conservo ancora) e mi dice che se ho dei problemi posso chiamarlo. Mi viene quasi da piangere, sono realmente commosso, e non per il favore che mi ha fatto o per la piega che hanno preso le cose, ma per l’atmosfera che si respirava in quella stanza, fatta di orgoglio e rispetto, di onore e gerarchia. I costi, per la popolazione afghana, di tutto ciò, li imparerò poi nel corso del viaggio. Ringrazio tutti, li saluto stringendo la mano a ognuno di loro e accompagno l’amico Mustafa in banca dove aveva lasciato tutto per aiutarmi.

Aufff…. Sono rinfrancato, questa iniezione di emozioni ci voleva proprio !|

Ci salutiamo e mi accingo a visitare la grande moschea (Santuario di Hazrat Ali), all’ingresso mi chiedono il biglietto (ticket). Non ce l’ho così il responsabile intima a due di loro di accompagnarmi in biglietteria, ma non sanno dove sia, perché turisti non ce ne sono e i musulmani locali entrano senza pagare, quindi non sanno che pesci pigliare. Così camminiamo camminiamo chiedono e camminiamo, chiedono ancora e ancora e continuiamo a camminare indovina un pò fino ad arrivare dove ?? Alla banca di stamattina, dove avevo incontrato Mustafà! 😊 😊 Dietro la banca, ma proprio dietro, in mezzo ai calcinacci, si trova l’ufficio che è il famoso ufficio permessi che avevo cercato sin dalla prima mattinata !!

Li c’è il noto “stronzo” che come prima cosa dice agli altri due che possono anche andare e li fa uscire. Poi si alza, e chiude la porta. Ora dopo avermi chiesto documenti, dove alloggio, se sono da solo o no, comincia a dirmi che devo pagare tutti i permessi per tutte le zone dell’Afghanistan che voglio visitare e devo avere anche una guida, sono le regole. Gli spiego che io voglio solo entrare alla moschea e non voglio i permessi, ma lui non sente ragioni. A quel punto gli racconto la mattinata e gli chiedo di chiamare il capo dei talebani, ma lui non ci pensa nemmeno e mi fa una ricevuta da pagare nella banca di fronte, per le zone che gli dico che voglio visitare, e che l’ingresso alla moschea è compreso nel prezzo del permesso di tutta la zona di Mazar. Mi dice che casomai, dopo mi darà il suo numero e posso farlo chiamare io dal capo dei talebani. Io ho l’assoluta sensazione che se avessi chiamato il capo dei talebani questo tizio avrebbe avuto poca vita davanti a sé, così decido di lasciar stare

Pago in banca 1000 Af x 4 regioni (mi fa pagare anche Konduz perché ci ho dormito, se dicevo che ero arrivato da Termez risparmiavo 1000 Af, ma fa lo stesso) poi rientro e ricomincia con la solfa della guida ma qui non voglio cedere. Gli dico che la guida non la voglio e basta, lui dice che non può andare contro gli ordini, non può fare eccezioni, io nn parlo più e alla fine, lui mi lascia andare.

La visita alla moschea blu si svolge nel pomeriggio.. anche qui le cose sono complicate. all’ingresso mi portano da un militare che controlla il permesso. Poi mi chiede di seguirlo. Arriviamo a un altro ingresso dove devo togliere le ciabatte e entriamo nella parte centrale del complesso, qui ancora non posso girare da solo. Devo andare in una stanzetta dove vengo registrato e mi viene chiesto di pagare altri 350 Af e alla fine sono libero… il complesso è enorme e mentre loro hanno le ciabatte e le tolgono solo per entrare nella moschea principale io sono a piedi nudi e il marmo scotta da cani… il militare mi fa segno fiero di guardare i suoi piedi le cui piante sono tutte bruciate.. per me è un bigolo ma sono solo punti di vista, il complesso è molto bello ma ironia della sorte la moschea in sé non la posso visitare, vengo fermato all’ingresso perché non sono musulmano quindi giro un po’, guardo dentro, visito il museo e poi esco

Incontro spesso gente con il fucile o il mitra in spalla, sono i talebani che gestiscono il paese , camminano, presidiano ingressi, presidiano anche delle vie laterali, dove evidentemente ci sono i loro quartieri generali.. Mustafa mi diceva che non ama i talebani, pur amando il proprio paese, perché non vogliono che le donne vadano a scuola mentre lui ha una sorella e vuole che studi


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Mustafà


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Moschea blu (santuario di Hazrat-Ali)


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KABUL

La strada per kabul attraversa il passo più alto e più importante della catena dell’Hindu-Kush, una catena montuosa che si interseca con la pamir highway che feci l’anno scorso e con il nord del pakistan, dove non sono mai stato. Percorrendo il salang pass, che sale fino a 3.878 mt. vedo una catena infinita di camion fermi a lato della strada, saranno almeno 500, che si interrompono negli ultimi kilometri prima del passo, quelli più alti, sterrati, che culminano in una galleria spaventosamente buia, stretta e illuminata solo dai fari dei veicoli. L’asfalto è viscido e bagnato, non sono neanche sicuro che sia asfalto, procedo lentamente ma è molto pericoloso. Dall’altra parte, sterrato misto asfalto e riprende la coda di camion, in senso opposto. Capirò solo al ritorno, uscendo dall’Afghanistan e chiedendo in giro, che sul passo c’è divieto di transito per i camion di giorno, per cui aspettavano solo il tramonto per ripartire

Kabul è tremenda. Pensavo almeno lì di trovare una vera città, ma se Konduz è un villaggio iperaffollato, e Mazar è una Konduz più grande, Kabul è.. una Mazar più grande! Un mega villaggio, code devastanti agli incroci, le auto col cofano mi toccano le gambe, in coda alle rotonde. Non c’è bellezza, solo caos e, ogni tanto, una moschea, a “illuminare il cammino del popolo”. La grande differenza tra Kabul e gli altri villaggi più piccoli è la presenza costante di militari. Dopo 40 anni di guerra, oggi Kabul è una città che non ha case senza una sbarra, una garitta e un militare a presidiarne l’ingresso, sembra incredibile. Anche tante vie laterali presentano militari all’ingresso, che fermano chi vogliono. Io naturalmente venivo fermato molto spesso, sempre grande cordialità e correttezza, a volte mi chiedevano i documenti, a volte solo a voce chi ero e dove andavo

Ho vissuto kabul più di una settimana. Tanta vita si svolge sulla strada, a tutte le età, tutto il giorno e tutta la notte. Rumore, tanto. Gli uomini continuano a stringersi la mano. In fondo a una via sembra esserci un incendio, poi sono solo i barbecue da strada che propinano del carbone che una volta era un pollo. Ogni tanto, appena partono le litanìe dai microfoni sparsi per tutta la città, le attività vengono interrotte, saltano fuori miriadi di tappetini, e tutti fanno le oblazioni verso la mecca per 5-10 minuti. Poi tutto riprende come prima. A volte mi facevano tenerezza, perché fanno con quello che hanno: nei ristoranti non c’è l’aria condizionata (in Europa direi che è per farti bere di più, ma qui senz’altro non è questo punto ) così per farti sentire a tuo agio ti piazzano un ventilatore a 4 mt dal tavolo e lo accendono a manetta. Risultato che sembra di mangiare in cima a un faro in mezzo alla tempesta e tutte le ciotole sono utilizzate per non far volar via tovaglioli o quant’altro

Girare a piedi per le vie di Kabul è un’esperienza che può mettere soggezione: le fogne a cielo aperto che circondano la strada da ambo i lati emanano odori molto forti, e separano la vita polverosa sui marciapiedi, dal frastuono incessante dei clacson in coda. Chi vende, chi prega, chi dorme, chi corre.

Tanti altri paesi a queste latitudini sono dotati di questi scavi ai lati della strada, ho sempre pensato che servissero per evitare che le auto finissero sui marciapiedi e per far defluire l’acqua le poche volte che piove, ma queste sono vere e proprie fogne, piene, putride e dominanti su qualsiasi altro odore, compresi i fritti che di solito si sentono a distanza di metri. La gente, tanta, troppa, cammina veloce sui marciapiedi scavalcando le persone sdraiate per terra intente a dormire o a lavorare: c’è chi sbuccia i datteri o le nocciole, chi ripara le ciabatte, chi vende fiori, e poi un’infinità di gabbiotti che vendono bevande. I bimbi corrono avanti indietro chiedendo l’elemosina o raccogliendo la plastica che poi penso gli procurerà qualche soldino. Il primo giorno ho notato tra i vari mestieri quello del pesapersone ovvero uno che con una bilancia ti pesa in strada, e ho notato anche un bambino con la testa tra le gambe perché la sua bilancia era stata rotta ed era infatti in frantumi. Povero, aveva perso il suo strumento di lavoro, piangeva.

I mercati rionali alimentari sono un delirio infinito: tutti i carretti hanno un piccolo altoparlante con una voce registrata che urla a squarciagola le stesse parole credo che promuova i prodotti che vendono, anche i venditori urlano cercando clienti generando il caos più totale, un baccano infernale che sembra non dar fastidio a nessuno tranne me

L’attraversamento della strada è sempre un suicidio annunciato: in giro è pieno di storpi di qualsiasi età, io all’inizio non ci riuscivo poi mi sono fermato a studiare come fanno loro e alla fine ho imparato: per attraversare devi aspettare che ci sia la coda altrimenti sei stirato, dopodiché appoggi la mano sul cofano della macchina davanti alla quale vuoi attraversare e piano piano ti infili… e una dopo l’altra arrivi a metà strada dall’altra parte stessa cosa. se hai la minima esitazione, lascia passare. Non esistono le precedenze, le frecce non le mettono, i fari spesso non vanno, l’unica cosa che deve funzionare per loro in macchina è il clacson che viene usato costantemente. Se invece io sono in moto, devo avere tutti i sensi allerta. I pericoli nascono da qualsiasi cosa che si muova a Kabul. Ho provato a viaggiare in tangenziale a quattro corsie per ogni senso di marcia, ben separate da uno spartitraffico da quelle in senso opposto , ma non potevo viaggiare né sulla prima di sorpasso nè sull’ultima dei veicoli lenti, perché IN ENTRAMBE c’erano veicoli che provenivano nel senso opposto. Ma zio birillo! Inoltre come dicevo, il fatto che loro abbiano la guida a destra con circolazione a destra presenta due problemi uno che quando mi superano mi fanno un pelo pazzesco, DUE che quando loro devono superare, devono buttare più di mezza macchina nell’altra corsia, perché non vedono se arriva qualcuno.

Ormai è chiaro che l’Afghanistan, dal punto di vista delle persone, ovvero furti, aggressioni, pestaggi o altro, a causa della presenza dei talebani, e’ il paese più sicuro che io abbia incontrato, mentre dal punto di vista della strada, come guidano quanto rischiano eccetera e’ il paese più pericoloso che io abbia incontrato


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La scritta in arabo dice: “attenzione che dallo specchietto retrovisore non vedo niente”


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custode del Dar Ul Aman Palace


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bambini che raccolgono bottiglie di plastica


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finta bilancia rotta. Il ragazzo stà così tutto il giorno poi raccoglie tutto, si sposta e ricomincia il giorno dopo


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lustrascarpe on the road

BAMIYAN

Prima o poi, da queste parti, capita sempre di dover superare dei lavori in corso sulla strada. Ecco, questo è un momento spesso terribile, che fa la differenza, e i viaggiatori lo sanno bene. Se in russia questo vuol dire fare anche 40 o 50 km di sterrato su una corsia, o in Turchia viaggiare su asfalto fresco riempiendo letteralmente di catrame il sotto della moto, qui i lavoratori se ne fregano letteralmente degli automobilisti, partono coi lavori e affangala la circolazione, sta agli automobilisti individuare un varco a piacimento, se c’è. Come già detto, in questo paese dove la popolazione non ha neanche gli occhi per piangere, non c’è un’autorità preposta alla regolamentazione delle vicende quotidiane, semplicemente, ci si arrangia accordandosi. Vale ad esempio per gli incidenti: se fai un incidente, ti accordi. Se ti fai male, ti aiutano ad andare in ospedale e poi…. Inshallah (ovvero “sia fatta la volontà di Allah”). Ecco perché ho tutti i sensi allertati. Quindi, tornando a noi, sulla strada per Bamiyan trovo i famigerati lavori in corso, e qui mi viene in aiuto l’agilità del mio frullino da 300 cc… quello che devi fare è aspettare la prima auto, e poi seguirla. Infatti arriva, e si butta letteralmente nel greto di un fiume in secca 😊 😊 Kazzo! La macchina è come tutte le altre, ovvero scassata e tutta ammaccata, e la famigliola dentro la berlina al ogni balzo continua a saltare all’unisono colpendo il soffitto con la testa. Giuro sembra un cartone animato! Io mi ci metto dietro, ma non è semplice, ci sono sassoni enormi e poi sabbia, però ovviamente se ce la fa lei ce la faccio anch’io, e dopo aver fatto qualche km in mezzo al fiume, sbuchiamo fuori a fine lavori e ci rimettiamo sull’asfalto. Col GS ero ancora là adesso

Bamiyan è nota per i buddha, ovvero delle statue alte più di 40 metri interamente scolpite nella roccia circostante il villaggio durante la dinastia eftalita. Purtroppo quel deficiente di Mullah Omar, capo dei talebani, nel 2001 fece distruggere le statue per evitare culti non islamici nel “suo”paese, e oggi rimangono le cavità aperte delle statue. Non sto neanche a dire che l’unesco qui ha fatto man bassa di tutto, dichiarando patrimonio dell’umanità tutta la zona.

Visti i rischi di immergermi nel caos afghano, ormai la mia tecnica per trovare da dormire è collaudata: identifico il primo hotel su google maps, ne inserisco la destinazione nel navigatore, e ci vado. Se poi non mi va bene, o non vado bene io a lui, mi farò dare da loro l’indicazione di dove andare

La gente è comunque splendida, soprattutto, come sempre, i poveri. In qualche modo riesco a comunicare, ed è bellissimo, commovente, cercare di dirci qualcosa, dialogare a gesti, rispondere alle solite domande sui miei itinerari e stavolta anche sul perché sono là. Questa domanda mi viene rivolta spesso, e non ci sono abituato perché negli altri paesi non mi veniva mai fatta


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lavaggio cumulativo veicoli

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la città rossa di Shashr e Zuhak


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Rientro su Kabul, e decido di fermarmi altri giorni, per letteralmente bighellonare in città, e cercare di capire meglio. Non c’è impresa, a parte le miniere il paese non esporta. Gli americani hanno lasciato dietro di sé nel 2021 un paese distrutto. I talebani viaggiano su toyota land cruiser da oltre 100.000 euro, e tutto il popolo su toyota corolla che non avevo mai visto prima, nessuna con meno di 10 anni. Le donne sappiamo tutti come vivono, se per qualche paese sono seconde nella gerarchia umana, in afghanistan sono prime, ma in un’altra classificazione, quella degli animali. Nelle città più grandi possono circolare, ovviamente completamente coperte in stile apicultore, e nei ristoranti ci sono ad ogni tavolo delle tende, che vengono tirate se ci mangiano delle donne, ad impedire che si possa vedere parte del loro viso. Ritrovo il bimbo con la bilancia frantumata, sempre con la testa tra le gambe, sempre con la finta bilancia rotta davanti a sé… era tutta una finzione

Ormai ho visto abbastanza, rientro in una settimana con calma su Biskhek, ripercorrendo la strada dell’andata e riflettendo su quanto questo paese mi abbia colpito, quanto sia diverso agli altri. Ho tempo per farlo, e lo sfrutto pensando a tutte le facce che ho incontrato, tutte le riflessioni scaturite da questa esperienza, e a tutta la gente che parla nei social senza sapere quale realtà si celi dietro a questo popolo, cosa voglia dire vivere qui, i bambini di 4 anni, lerci, buttati sulla strada a chiedere l’elemosina, il capo dei talebani, le donne in mezzo alla strada, e tanto altro che rimane dentro di me, e che spero contribuisca a farmi crescere dentro
per alcuni la moto è un piacere, per altri uno stile di vita
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Ettore Hungrybiker
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Re: Afghanistan

Messaggio da Ettore Hungrybiker »

Che meraviglia Marco! Letto tutto d'un fiato e foto meravigliose....🤩
Grande Gunther!!!!!!!! 💪💪💪💪💪💪💪
Marco Vaccher
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Re: Afghanistan

Messaggio da Marco Vaccher »

Grande Marco, ti ho seguito anche nel mentre, complimentoni, gran bel giro😉👍
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DemetraSu2Ruote
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Re: Afghanistan

Messaggio da DemetraSu2Ruote »

Bellissimo! Grazie per aver condiviso questa avventura. Stupenda.

Domanda: ma il tir all'inizio che guada il fiume poi ce l'ha fatta? :-D
Renata - rEn
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